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posto prenotato sotto il palco. SuccoAcido n° 12 |
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GOTAN PROJECT, THE CHEMICAL BROTHERS + JUSTIN ROBERTSON, ONE DIMENSIONAL MAN + JOE LEAMAN, SIKULA REGGAE FESTIVAL, MOUSE ON MARS, CAETANO VELOSO, EUGENIO BENNATO, VIDEOMINUTO POP TV
GOTAN PROJECT / Palermo, Teatro di Verdura, 03/09/2002 Inspirati dal ventennale Libertango di Grace Jones, galvanizzati dal precedente esperimento di "The Boyz from Brazil", Cristoph Muller, Eduardo Makaroff e Philippe Cohen Solal orientano più a sud la geografia musicale e ci riprovano con i Gotan Project ovvero il nuovo "ibrido elettro-folklorico" del momento. La ricetta più immediata per mettere in tavola una rivisitazione del tango in chiave moderna potrebbe su per giù consigliare: aggiungete una spolverata di Xenakis, una grattatina di Cage, due etti di Parmegiani, un pizzico di Carlos e -per i più audaci- uno sbuffo di Paradinas, una mescolata soffritta con Go Plastic, qualche ciuffo di Leftield; d'altra parte riscaldate a fuoco lento un mazzetto di Stroscio bagnato da crema di Troilo, versando a piacere qualche bicchiere di vino Pugliese, uno spizzico di Barbieri e per finire Piazzolla a volontà (così facile procurarselo!). Purtroppo, il prodotto di quella che si presenta e viene presentata come una raffinata preparazione, sembra piuttosto somigliare ad un variopinto articolo da fast food che ad un nuovo ingresso nella guida Michelin musicale. Nel più classico stile Jamms, ecco invece la perfetta formula per autoprodurre una Revancha del Tango a poco prezzo. Utilizzate una ben eseguita registrazione di tango argentino d.o.c. come base, aggiungete a piacere qualche campione vocale a bassa fedeltà (un semplice filtro passa-banda sarà sufficiente per diminuire il range dinamico), mixate il tutto con un loop ritmico di monotonia snervante ed ecco bell'e pronto il capolavoro della nuova sperimentazione d’avanguardia. Requisiti minimi: qualche cd del giornalaio di fiducia che vi riserva l'ultima uscita da "Milonga che passione! Tango facile in cinque minuti", un computer a carbone ed un Acid1 con la sua preconfezionata biblioteca audio di plastica. In dieci minuti Gotan Project a strafottere, facile accesso, grande successo. Un "project" questo che potremmo trovare ben inserito sia ad un festival Elektronics che ad un intermezzo musicologo del Costanzo show. Prodotto di buona qualità, immediatamente orecchiabile, commerciale e/o piacevole ma che nulla di nuovo aggiunge alla più elementare collezione cd del salotto di casa Rossi. Plasmato ad arte per chi non sa ascoltare più di quanto ascolta. Se non ci fosse altro di meglio, si potrebbe trovare la forza di seguirli anche per un'ora intera, un po' come nel rincoglionimento della domenica pomeriggio si trova la forza di sopportare la televisione per famiglie, pur sapendo che anche gli altri canali fanno schifo. Per tutti gli amanti dei termini esclusivi come "lounge" o "chill out" e per tutti coloro che non hanno mai visto un campionatore, nemmeno da lontano, i Gotan Project diventano così un'insostituibile realtà musicale. Personalmente trovo ci sia più innovazione in un brano di Donatella Rettore. In aggiunta segnalo, tra le nuove tecniche d’esecuzione, le casse invecchiate del mio macellaio che -squadrando qualsiasi forma d'onda- distorcono ogni nota del repertorio borgataro di musica partenopea, col risultato di trasformare un Gennarino Esposito qualunque in Alec Empire. Una segnalazione per i “neo-tanguerofili”, invece, potrebbe essere Ezio Bosso che propone una lettura moderna del tango argentino, pur non avvalendosi di una batteria elettronica incollata agli strumentisti o di un megaschermo a proiezioni circolari. A tal proposito, però, è opportuno segnalare come uno dei più interessanti collaboratori del summenzionato contrabbassista, Gustavo Beytelmann, sia anche ospite occasionale dei Gotan Project (insieme ad altri musicisti come il bandoneonista Nini Flores o la cantante Cristina Villalonga). Proprio alla fine di un concerto, grazie alla sua straordinaria gentilezza e disponibilità, c'era stata l'occasione di scambiare qualche impressione con Beytelmann a proposito della sua recente collaborazione con i Gotan. Del resto, il pianista argentino non è nuovo ad una ricerca musicale aperta su diversi fronti (ricordiamo il Mosalini Caratini Beytelmann trio o la sua incisione "Tango a la Duke"). L'unica sua affermazione a proposito era stata: "Qualche volta dialogo con le macchine, qualche altra combatto contro di loro". Data l'enorme potenzialità delle "macchine" ci si chiede perché utilizzarle in un modo così ovvio e superficiale. Sarebbe assurdo pensare che ogni “Vuelvo al sur” sia arrangiato come un Confield degli Autechre o come Oval94diskont, d’altro canto le ambiziose invenzioni elettroniche dei Gotan Project suonano innovative quanto innovativo è un brano degli Enigma filo-diffuso in ascensore. Se Solal e Makaroff fossero due studentelli delle medie, si potrebbe dire di loro “Ragazzi intelligenti, ma non s’impegnano più di tanto”. Sufficienza raggiunta, dunque, ma da qui a considerarli come i nuovi Future Sound of Buenos Aires ce ne vuole. Non si può nemmeno segnalare quella semplicità che è spesso sintomo di buon gusto. Si segnala altresì una semplicità sintomo di sufficienza. Quel caratteristico sentimento di scaltra sufficienza -ad ogni modo è giusto renderne merito- che fa riempire i concerti. Le aspettative che scaturiscono dalla presenza di ottimi musicisti (vedi sopra) e di ogni possibile "buona intenzione" (cultura elettronica di Muller) non portano a molto più che un'addizione manichea di strumento acustico+programmazione elettronica= tango moderno, ed a niente più che "un ibrido elettro-folklorico" per l'appunto. Perfino gli allestimenti dei concerti che hanno riscosso un grandissimo successo lungo la penisola non sorprendono più di tanto, solito megaschermo davanti ai musicisti, solite proiezioni sul tema. Non ci si aspettava di vedere Chris Cunningham lavorare al montaggio, ma sembra eccessiva l'apoteosi congiunta di pubblico e critica. Sulla scia di -ahinoi- celebri precedenti politici, potremmo così veder campeggiare, nel prossimo manifesto del fenomeno musicale Gotan Project, lo slogan più approssimativo ma di maggiore popolarità dell'ultima sperimentazione propagandistica: " Un impegno preciso, più elettronica per tutti". Enzo Brandi THE CHEMICAL BROTHERS + JUSTIN ROBERTSON / Torino, Extrafestival, 7/7/2002 Quello che sarà ricordato come il concerto di sfondamento dell’estate torinese (visti gli elevati costi dei biglietti, qualche centinaio di persone ha risolto il problema penetrando all’interno con la forza) incomincia con un’attesa spasmodica che ha un nome: Justin Robertson. Al poveretto, sul palco in costruzione per i Fratelli Chimici che verrà poco a poco trasformato in una specie di cabina di comando dell’Enterprise di Star Trek, l’organizzazione non nega un rozzo tavolaccio di legno sul quale appoggia impilati i propri dischi, due piatti e qualche controller. Deve badare a non intralciare i lavori degli operai perché messo lì, in un angolo, sulla sinistra del palco, è davvero fastidioso. Qualcuno però non sembra minimamente accorgersi della sua presenza e la musica monoarmonica con il °∞tunza tunza°± fisso non aiuta nell’impresa. Ormai è buio e pochi si accorgono delle due persone che sollevano il tavolaccio (una leggenda afferma che sia stato ritrovato alla foce del Po due giorni dopo). Robertson saluta e torna da papà con i suoi dischi sottobraccio. Comincia lo spettacolo. °∞It Began In Africa°± tratto da °∞Come With Us°± accende la navicella spaziale mentre avviene lo sfondamento suddetto. Luci, filmati, fumi, stomaco-che-trema-per-i-bassi. Dall’oblò scorrono i pianeti che si chiamano °∞Block Rockin’ Beats°±, °∞The Private Psychedelic Reel°±, della galassia di °∞Dig Your Own Hole°± scoperta nel 1997. Si entra nel mondo di °∞Surrender°±, scoperto due anni più tardi per ammirare °∞The Sunshine Underground°± e, anche se nello spazio non dovrebbe succedere, incontriamo una terribile turbolenza in °∞Hey Boy, Hey Girl°±.. Scene di panico, siamo in qualche migliaio e siamo tutti fuori di noi. Poi la navicella atterra, si contano i sopravvissuti, tutti. Tra i viaggiatori, qualche rockettaro, abituato alla macchina dice: °∞*****, certo che ‘ste navi spaziali vanno davvero veloceˇ°± Nigredo ONE DIMENSIONAL MAN + JOE LEAMAN / Firenze, Festa dell’Unità, Fortezza da Basso – 24/07/2002 Davvero interessante il programma della Festa dell’Unità fiorentina di quest’anno, attento nel dare spazio alla realtà delle etichette indipendenti italiane con serate dedicate alla Santeria (Perturbazione e I Quattrocentocolpi), alla Suiteside (Lo-Fi Sucks! con Juniper Band), alla Urtovox (Nest più Good Morning Boy) e stasera alla scuderia Gammapop. Mi perdo purtroppo la prima metà della prova dei Joe Leaman, bravi nel trascinarmi immediatamente in clima concerto: buona tenuta di palco per un trio che raccoglie il testimone dei Motorpshyco vecchia maniera, dei Come e soprattutto del grunge più malato di Mudhoney e Tad. Dopo i Joe Leaman attaccano gli One Dimensional Man, da molti giudicati la miglior live band italiana, e certo Pierpaolo Capovilla, Giulio Favero e Dario Perissutti hanno ormai messo a punto una macchina da guerra pressoché perfetta, dinamica e potente allo stesso tempo. Il concerto degli One Dimensional Man è lo sferragliare di un treno in corsa che non deraglia mai, è la tortura riservata a neuroni prematuramente appassiti, è il valzer spacca ossa che tutti noi vorremo riuscire a ballare ancora quando avremo settant’anni. Non ci sono pause, se non quelle che si prende un Capovilla decisamente alticcio per dedicare più di un pezzo al nostro caro (?) presidente del consiglio. C’è ferocia nella musica degli One Dimensional Man. Una sana fottuta ferocia. Guido Gambacorta SIKULA REGGAE FESTIVAL / Rosolini(SR), 9/10/11 Agosto 2002 Ecco, e' scoccata l'ora: devo fare il pezzo su Rosolini. La cosa mi impegna non poco, visto che dovrò esprimermi e sull' operato di molti amici/che che hanno collaborato alla buona riuscita della "treggiorni" e in merito a questioni di metodo nell' ambito del giornalismo "underground" isolano (uso questo termine per comodità e con coscienza, promesso. Premessa polemica a parte, dico subito che il Sikula ha spaccato anche quest' anno. Un totale di almeno 15-20mila presenze nei tre giorni e di almeno altrettanti pezzi d' artiglieria psicotropa leggera (la media e' mia!) a scivolare sul tappeto sonoro disteso per noi da quanti hanno suonato, selezionato, curato e pompato la musica di Jah in un contesto come la cava di Santa Croce, con sito archeologico annesso e abitata anche da splendidi cavalli selvatici in grado di procurare dolori e spavento negli sprovveduti avventori e diverse ferite nei giorni del festival: ah le scene…anche la tenda in cui mi sono ospitato(grazie Anto,…) e' stata presa di mira. Altri disagi hanno marcato le giornate di tanti (raga, rilassatevi!!! Una doccia in meno non fa male…) ma io, col solo sacco a pelo e la simpatia che mi contraddistingue ho avuto un solo problema: dov'e' la mia generazione?(Pausa. Ne approfitto per mettere "La pelle" di Cesare Basile). Ok, continuo: perché mi son sentito cosi' distante in un contesto- almeno per definizione - aperto e disponibile alla condivisione della gioia di partecipare al rito del concerto o della canna? Perché non sento il soffice alito dell' amore soffiare sul mio cuore? Dov'e' finito l'inverno del nostro scontento? Io non l' ho visto sotto le spoglie d' un apollineo progetto di sacrosanta voglia di vivere collettivamente la ritualità così come la progettualità: ho visto i tanti ma non l' uno, la moltitudine ma non la massa (e non critica), quel quid che ti fa sentire parte del tutto e non un sasso nel deserto. Musicalmente il festival e' stato ricco di presenze accattivanti e significative della scena nazionale: i gruppi tutti italiani e tutti da nominare. Aprono le danze 05 di Contrabbando, brindisini e preparati, poi da Roma Roots in the Sky & Giava e Radici nel Cemento a chiudere degnamente e in poesia; sabato 10/08- Jaka, Il Generale, Jahmento, Tony moretto & One Drop Band, poker d'assi fiorentino e Ali' Baba' e i 40 Ladroni, da Enna con ardore. Ultimo Giorno: Kebana, conosciuti e già acclamati (sbaglio o non ho sentito quello che per me e' un anthem, " 'Zza Rosa"?), BR Stylers, da Pordenone, precisi e vibranti: ciliegina sulla torta Max Romeo & Tribu' Acustica. Saro' retro' ma non temo smentita se affermo che "War Ina Babylon" e' la più fottuta cool reggae-song di sempre e lo sanno tutti quelli che l'hanno sentita ancora una volta uscire dalle loro e altrui gole, vero e proprio manifesto estetico/esistenziale: in cuor mio credo di essere venuto qui unicamente a causa di questo brano e di ciò che significa per me. I fiumi di Babilonia scorrono impetuosi e un destino comune attende l' umanità offesa: il riscatto dall'oppressione, da ogni oppressione: "Uprising!". "Everythin' is gonna be alright, no woman no cry" canta ancora Zio Massimo, da mito e citando Il Mito, riscaldando il cuore a tutti in una fresca serata d' Agosto con un medley in crescendo ispirato quanto naturale tra "Redemption Song" e "No woman…", orgoglio e gloria del popolo di Jah. Esperimento già riuscito in studio quello con la Tribu', un gran supporto alla rima del maestro, perizia tecnica e coscienza del messaggio, con un contrabbasso de' paura, un mandolino impertinente ma suadente e cori da brivido: puro feeling(ma questa non era la musica dei "neri"? Misteri della fede. Un dato certo viene fuori dal S.R.F.: nel Bel Paese il reggae gode di ottima salute e non si e' secondi a nessuno per ragione e sentimento, con un background ormai arricchito dal sanguigno vissuto mediterraneo e pieno di riscontri soprattutto nella musica italiana d' autore, da "Panama" di Fossati a "Dainamaita", per intenderci. Tornando a noi, ho ammirato molto la passione e la perizia degli artisti impegnati sul palco, nessuno escluso, ma per il sottoscritto i picchi si sono avuti la prima sera con Radici nel Cemento e l' ultima con Max Romeo & Tribu' Acustica, anche se la performance del sabato si e' distinta per varietà di interpreti e spirito dissacratorio. A parte le impennate con i suddetti si e' trattato per lo più di performance tese a divertire più che a stupire: siccome penso che l'innovazione batta in ogni campo la strada dell' indipendenza stilistica e creativa e non l'emulazione dello standard invito le nostre band a rischiare, con la contaminazione e la ricerca formale e contenutistica: coraggio, in quanto a stoffa e tecnica siamo ben oltre la media, ma non e' quello il traguardo. Il mio invito e' rivolto anche agli organizzatori: a parte la colpevole mancanza di non aver invitato qualche gruppo ska(sbaglio o e' il genere alle radici del reggae?) non sarebbe cosa buona e giusta "aprire" a generi contigui e dirette filiazioni del reggae quali drum'n'bass e dub? E invitare qualche mutante? Roots Manuva? Talvin Singh? Lo vogliamo portare Linton Kwesi Johnson il prossimo anno? Penso che un pubblico cosi' appassionato meriti tali nomi. Meditate, gente… Con la certezza che questo festival non sia stato vano neanche dal punto di vista personale torno più fiducioso nei confronti della musica e del suo potere aggregante ma la mia attenzione va al fatto concreto di non aver saputo arricchire quest' occasione almeno con iniziative simboliche riguardo alle problematiche legate alla liberalizzazione e al commercio dei derivati da cannabis, per celebrare, questo si, la liberta' della ragione e le ragioni della liberta': credo che purtroppo lo stato delle cose in materia di auto-emancipazione collettiva sia vissuto da molti con comoda rassegnazione quanto da altri con acume imprenditoriale. L'unica fiduciosa presenza, nei vaghi e vani tentativi di coinvolgere un' audience più allargata che ai soliti 25, e' quella di alcune testate indipendenti siciliane (L'Erroneo, Sicilia Libertaria, Giro di Vite, SuccoAcido et altri) e di Indymedia, non a torto convinte che bisogna reagire allo status quo dell' informazione di massa con un' azione d' avanguardia, e assumendosi tal compito (informare comunque) a scapito, a mio modesto e accorato parere, della più urgente azione di creare un network potente per diffusione (azionariato di massa?) e significato, capace di contrastare il Grande Fratello ( ad intenditor poche parole) soprattutto sul piano quantitativo, almeno nella capillarità della distribuzione. Immaginate un prodotto veramente dal basso, orizzontale, con un potenziale veicolatorio come la rete o i canali AM/FM, una presenza realmente demistificante e , come si diceva tanto, troppo tempo fa, alternativa. Purtroppo l'assenza di seguito e la riluttanza a partecipare agli incontri della gran massa dei presenti alla fine hanno portato anche a qualche riunione a porte chiuse: che non diventi un vizio… Ho la triste impressione che la mia generazione si lavi più del necessario e badi troppo alle apparenze. Ho la triste sensazione di aver perso qualche treno, o di essere sceso senza accorgermene, scambiando i vagoni senza preoccuparmene, contento di viaggiare tra le genti. Ho la triste tentazione di dover aprire anch' io bottega e con essa quella di sparire dall' organizzazione a/sociale e in/civile. Sento l' improvviso bisogno d' un sogno, forse un paio. "Abballa, Sicilia, abballa, ca sta musica non mori mai" intima Ras Dedo. Per aspera ad astra. PS> Grazie a: Gianluca per l'impegno, Marc per esserci, Livio & Family per la cortesia, Andrea "The Living Theatre" per le risate, Anto per tutto. Alla prossima… Fabio Lino Bonaccorsi MOUSE ON MARS / Catania, Mercati generali, 26/9/2002 La proposta dal duo teutonico, questa sera, sembra alimentarsi dell’aria stessa della campagna catanese, inaspettatamente gelida. Poco rimane delle trame pop, degli stacchetti ska, delle sognanti melodie Wyattiane, delle mistioni electro/acustiche e del sarcasmo, che hanno reso l’ultimo lavoro di studio un piccolo compendio di musica globale. Per i “mercati” Toma e St.Werner allestiscono, infatti, un set totalmente elettronico e danzereccio, che soltanto nella prima parte trova corrispondenza stilistica con alcuni momenti dell’album, che verrà però del tutto ignorato. Lo sfrigolìo di glitchs e interferenze elettroniche, doppiati progressivamente da ritmiche epilettiche e bassi dub, definiscono le coordinate dei primi brani, trovando perfetto equilibrio tra gli episodi più marcatamente sintetici di Idiology e la necessità di un impatto live altrimenti carente in spettacolarità. I ritmi si fanno sempre più technoidi, man mano che si procede, fino ad esplodere in una spiazzante trasfigurazione pseudo-gabber violentissima, letteralmente distrutta contro un muro noise merzbowiano; un po’ come tutto il concerto, che da questo momento sembra abbassare la guardia, conformandosi ad una dance quasi classica, seppur alternativa. Un ideale ponte tra la primissima e l’ultima incarnazione dei due. A farsi strada tra bleep e rumorini: suoni grassi, battute medio-veloci, qualche arpeggio di synth, accenni trip-hop, un chè di Matthew Herbert ma anche di Mr Oizo. Difficile dire se queste sono le premesse di una piccola involuzione o solo un divertito passatempo live. Il pubblico sembra gradire, e molto, un concerto (che appare, però, più come un dj set: troppe basi preregistrate, computer praticamente autonomo, etc.) che non può non lasciare l’amaro in bocca, a quanti del topo avevano apprezzato, soprattutto, l’ironico eclettismo fuori dagli schemi. Rebekah Spleen CAETANO VELOSO / Torino, Extrafestival 12/7/2002 °∞Piove, governo ladro!°± potrebbe essere il titolo del prossimo disco di Caetano Veloso dopo il concerto di Torino. E’ difficile poter dare un giudizio sulla performance durata, a stiracchiare, neanche una quarantina di minuti. Il concerto comincia puntuale, alle nove e mezza, con le prime goccioline. Ci si mette un poco a capire che la differenza del costo del biglietto consiste in un sistema kafkiano che Hiroshima Mon Amour ha progettato per l’occasione. C’è una fila centrale transennata che rappresenta la platea e ai lati di questa la galleria. Molti stanno ancora girovagando in quell’area per capire quale era il posto che gli sarebbe spettato. Intanto i primi che arrivano alle sedie ne scoprono un uso nuovo: l’ombrello. Consiste nel sollevare la sedia e piazzarcisi sotto facendo mettere le chiappe sopra alle gocce di pioggia. Quello che si vede o si sente (l’operazione è abbastanza rumorosa) di un piccolo personaggio che, dopo i primi pezzi con il gruppo, comincia a fare canzoni delicatissime con la chitarra acustica, è prossimo allo zero assoluto. Ma il bello deve ancora venire. Mentre mi pare di riconoscere °∞’O Leonciño°±, si scatena la tempesta. La comunità brasiliana non demorde e c’è chi improvvisa danze a cielo aperto. Scatta °∞Paloma°± ma in tanti abbandonano a malincuore l’area e alla pioggia si sommano le lacrime che cadono dai portafogli. Veloso tenta di fare un annuncio che si perde nel fragore. L’organizzazione, sembra, gli ha intimato di smettere perché l’acqua è penetrata anche sul palco ed è pericoloso continuare. Ancora più pericoloso è, per chiunque altro che non sia Caetano, presentarsi sul palco perché i pochi bagnanti rimasti potrebbero farsi aggressivi. Così non avviene nulla e si ritorna alle macchine che il giorno dopo conserveranno quell’odore caratteristico del clima tropicale che speravamo di annusare la sera prima. Nigredo EUGENIO BENNATO / Terrasini (Pa), 11/9/2002 Altra tappa, l’11 Settembre a Terrasini (Pa), dell’ormai storico tour di Eugenio Bennato e la sua band (i “Taranta Power”). Aida Satta Flores è stata l’artista ospitante che ha preparato il pubblico al ritmo infuocato della Taranta. Non voglio scrivere del significato dei testi dei due artisti o della manifestazione entro cui il comune di Terrasini ha inserito l’esibizione. Non credo di potere spiegare le emozioni che Bennato può dare ad una persona che, come me, una sera, va ad un concerto, più su proposta di un amico con cui rivedersi dopo l’estate che, per assistere consapevolmente ad un concerto simile. So solo che la gente che mi stava intorno a un metro di distanza, durante l’esibizione della Satta Flores (un misto per look e voce delle sorelle Martini-Bertè), di colpo ha dimezzato lo spazio, stringendosi già mentre gli artisti preparavano il palco. Silenzio di attesa. Incomincia il concerto con un duetto tra percussionista e chitarrista. Un insieme compatto di persone inizia a muoversi come in balia del famoso “Trance della Taranta”! Anche il vecchietto alla mia sinistra, irriverente verso la sua osteoporosi, accenna sciolti passi di danza. Ho pianto di commozione: ogni componente della band, persino le vocalist africane, sembra “parlarti” e risvegliare odori, appetiti, sogni, suoni che hai dentro. Un consiglio: se la vostra città dovesse risuonare dei versi di Eugenio Bennato, seguite la musica ad occhi chiusi e riapriteli sotto il palco, farete un regalo al vostro cuore. Serena Sirchia VIDEOMINUTO POP TV / Prato, Centro arte contemporanea Luigi Pecci, 13-14 settembre 2002 Giunge alla decima edizione VideoMinuto, progetto di Controradio, del Centro Pecci, del Gruppo Ricerca Arti Visive, di Rumi Produzioni, Locspace, Zone Progetti e Surproduction. La rassegna si è articolata in due giornate: la prima dedicata all’incontro tra musica ed arti visuali, con un workshop pomeridiano e con performances serali di vjing, ossia l’arte di assemblare dal vivo frammenti grafici e campioni video al ritmo della musica dei djs; la seconda giornata è stata invece riservata al vero e proprio concorso cinematografico. Quaranta i cortometraggi selezionati con in palio un premio di mille euro assegnato da una giuria composta da addetti ai lavori, da rappresentanti delle istituzioni e da due spettatori paganti. Ha vinto il fiorentino Duccio Agresti, con il suo spassoso e politicamente abrasivo “Articolo 1”, mentre hanno ottenuto una menzione speciale della giuria due cortometraggi animati: “Aaarrrgghh!!!” di Tatiana ed “Ecci” di Leonardo Settimelli. Avrebbe secondo me meritato un riconoscimento anche “Guernica” di Giorgia Meacci, la quale ha smontato, animato e sonorizzato il famosissimo quadro di Picasso con una creatività non indifferente. Tra la proiezione dei 40 video finalisti e la proclamazione del vincitore è stato dato spazio a tre sezioni speciali che hanno gettato un interessante sguardo sulle produzioni di videomakers albanesi, spagnoli ed olandesi (VisionOut da Valona, Barcellona ed Amsterdam) ed è stato inoltre proposto il Best of(f) delle nove edizioni precedenti. In parallelo alla manifestazione pratese quest’anno VideoMinuto è approdato anche a Roma in occasione di Enzimi Festival, dove è stato proiettato il Best of(f), e a Napoli, dove nell’ambito della quarta edizione di NapoliFilmFestival era possibile vedere i corti albanesi e spagnoli. Segnalo infine il progetto “Cut & paste” curato dal vincitore dell’edizione 2000 Simone Lecca: sul sito del festival sono disponibili per il download gratuito alcuni micro-frammenti video che possono poi essere cuciti e manipolati a piacimento per produrre un cortometraggio della durata di un minuto; i lavori così realizzati saranno pubblicati on-line e prenderanno parte alla prossima edizione della rassegna in un’apposita sezione. Link: www.videominuto.it Guido Gambacorta
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