un posto prenotato sotto il palco ... recensioni succoacido n° 11

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"STRETTA SORVEGLIANZA" DI JEAN GENET, DAVID BOWIE, GUSTAVO BEYTELMANN & EZIO BOSSO, KRUDER & DORFMEISTER, MERCURY REV + SONIC YOUTH + LOS DE ABAJO, CORNELIUS, BEBE REBOZO, 24 GRANA, LO-FI SUCKS!

 

“STRETTA SORVEGLIANZA ” di Jean Genet, regia di Antonio Latella / Palermo, Teatro Garibaldi, 25-08-2002

Il programma del Teatro Garibaldi 2002 dedica a Carmelo Bene la trilogia Genet che rappresenterà l’Italia all’11 Festival dell’Unione dei Teatri d’Europa di Villeurbanne (F) novembre 2002. Ci si chiede il perché di questa rappresentazione al Festival visto il significato degli spettacoli proposti. In particolare si sta discutendo intorno allo spettacolo “Stretta sorveglianza”. Duole, duole parecchio essere spietati o quantomeno critici nei confronti di certi tipi di iniziative. Duole perché ci si rende conto che al di là dell’esecuzione in sé, vi è un lavoro, un background, un dietro scena non indifferente e siamo oltretutto consapevoli che essere criticati non è sempre piacevole. Di fatto, però, bisogna essere corretti nei confronti degli autori, degli esecutori e di sè stessi in quanto fruitori. È cosa ormai nota e quasi meccanica che alla fine di ogni, e si ribadisce di ogni spettacolo il pubblico tende ad applaudire. Ci si spaventa di criticare oppure si è convinti del fatto che l’applauso sia indice di eleganza?! Affrontare certe tematiche all’interno di spazi ridotti è però cosa impegnativa ed oltre modo frustante. Ci limiteremo e sforzeremo quindi, di fare solo alcune riflessioni sullo spettacolo di cui siamo stati osservatori. Si entra nel piccolo Teatro Garibaldi, di per sé un ottimo ambiente ed adattissimo per la rappresentazione di certi tipi di spettacoli. Ci si aspetta quindi qualcosa di assolutamente gradevole e tale, a prima vista, è ciò che si prova osservando l’ottima scenografia nonché l’utilizzo altrettanto buono delle luci. Vediamo i nostri protagonisti che già da qualche minuto hanno intrapreso il loro gioco della rappresentazione. Inutile stare a raccontare tutto lo spettacolo, basti sapere che il testo si basa su “un giovane carcerato che uccide un suo compagno come atto gratuito di emulazione. L’idolo da lui amato però lo disdegna infatuato a sua volta da un altro criminale. La scelta finale è quella di restare dentro la cella in attesa che la condanna di morte chiuda per sempre il sipario e trattenga la vita sul palcoscenico”. Il tutto è condito da scene “cruente”, a loro modo “provocatorie” e il cui scopo è, evidentemente, quello di lasciare una traccia nello spettatore. A questo punto le domande sono: perché tutti questi sforzi? Qual è lo scopo di questa iniziativa? Aveva un senso agli inizi del novecento; avrebbe avuto un senso fino alla fine degli anni ottanta, scriviamo pure metà anni novanta. Sconvolgerebbe alcune persone di principi noti, diciamo razzisti, insomma di tutta quella fetta di persone poco tollerante nei confronti delle diversità. Il problema però è un altro. Perché interrogarsi e poi rappresentare problemi ormai noti quali l’omosessualità, il razzismo contro i negri (come se non esistesse quello contro gli asiatici), i marinai e il loro modo di essere prigionieri, quando i fruitori degli stessi spettacoli non sono le persone intolleranti di cui si è scritto?! I fruitori di questi spettacoli sono tutti gli intellettuali o pseudo-intellettuali o meglio ancora gli intellettualoidi che dopo aver visto questo genere di spettacoli vanno a bersi un drink nei locali ormai noti, nei rifugi in cui è facile, affermeremo sin troppo facile trovare delle persone con cui condividere le proprie idee che poi, alla resa dei conti, sono sempre le stesse e la prova ne è che si fanno spettacoli che di fatto non fanno che dire le stesse cose da ormai mezzo secolo. Un’ultima nota: “Bisogna amare il teatro e disprezzare il mondo”. In genere certe frasi vanno contestualizzate, ma se è questo che bisogna fare, con determinate iniziative, c’è da credere che impareremo a disprezzare sia l’uno che l’altro. A quel punto se si può scegliere, meglio odiare, disprezzare, fare di tutto affinché il teatro trovi il suo degno e definitivo riposo e possibilmente amare il mondo e chi ha una coscienza che gli permetta di creare nuove parabole…

Ottaviano Caruso

DAVID BOWIE / Lucca, Piazza Napoleone, 15/07/2002

Bloccato per più di un’ora nel traffico fiorentino a causa di un violento nubifragio, arrivo a Lucca che i Bluvertigo stanno terminando il loro live con tanto di saluti ossequiosi rivolti al Duca Bianco e sinceramente non mi rammarico affatto per aver perso l’esibizione del pupazzetto Morgan. Mi dispiace invece un po’, visto soprattutto il prezzo elevato del biglietto, che sia stato cancellato il concerto di quello che era previsto come il secondo gruppo di supporto, vale a dire gli inglesi Travis, fermati all’ultimo momento da un infortunio occorso al loro batterista. Sono circa le dieci e mezza di sera quando proprio qui a Lucca, in Piazza Napoleone, atterra Ziggy Stardust! Di fronte ad una folla entusiasta compare un signore dal portamento aristocratico ed elegantemente vestito con giacca scura, camicia bianca e cravattino: niente astronave e niente make-up quindi, e lì per lì viene da chiedersi se sia davvero quello l’alieno del rock. Ma le prime strofe di “Life on Mars” non lasciano dubbio alcuno: Ziggy Stardust è tornato ed è in forma strepitosa, ancora ebbro per i festeggiamenti che hanno accompagnato il suo trentesimo compleanno! La sua voce d’irreale bellezza attraversa le galassie di “Stay”, “Ashes to ashes”  e “Cactus”, scende per un attimo sulla terra incontrando gli orientalisti glam di “China girl” e viaggia poi nuovamente nello spazio tra il luccichio delle stelle (“Starman”, “Slow burn”, “I’ve been waiting for you”) e il pallore lunare (“5:15 the angels have gone” e una inattesa “A new career in a new town”, con Bowie che suona l’armonica a bocca). E fantascientifica è pure la musica, se è vero che l’incredibile accoppiata “Hallo spaceboy” / “I’m afraid of Americans” stordisce i sensi, solleva i corpi con scosse cosmiche e trasporta infine la mente in una dimensione virtuale nella quale space-rock, jungle ed industrial metal sono una cosa sola. C’è tempo anche per “Fame”, che le coriste trasformano sul finale in un canto gospel, e per una lentissima versione di “Heroes” prima che venga intonato l’ultimo canto siderale: sulle note autocelebrative di “Ziggy Stardust” l’alieno è ormai pronto a fare ritorno nel misterioso pianeta dal quale è venuto.

Guido Gambacorta

GUSTAVO BEYTELMANN & EZIO BOSSO / Palermo - Palermo Tutta, Villa Trabia, 26/8/2002

A dispetto delle precedenti edizioni, il programma artistico che il Comune di Palermo ha voluto assegnare all'"estate" cittadina non brilla -quest'anno- per particolari scelte di qualità, se non per il pittoresco titolo affidato alla rassegna (PALERMO TUTTA) che nei prossimi due mesi vedrà alternarsi, nelle chiese e nei teatri locali, eventi di cinema, musica e teatro. Sembra che solo gli occhi spalancati di Homer Simpson -sul passaggio della più classica palla di polvere desertica- possano icasticamente rappresentare la desolata rassegnazione di un pubblico che non trova soluzione più facile alla noia serale di fine estate, che fuggire verso più rassicuranti lidi marini appena fuori città. Tuttavia, fa piacere sapere che tra una sagra della caciotta ed un one-man show di Sasà Salvaggio, trovino ancora spazio musicisti del calibro di Gustavo Beytelmann ed Ezio Bosso, la cui esibizione al piano ed al contrabbasso si è svolta il 26 agosto nel parco delle Terre Rosse di Villa Trabia. Il luogo assegnato all'esecuzione del concerto viene inizialmente indicato nella chiesa di S.Maria dello Spasimo, salvo un'improvviso quanto inspiegato cambio di programma a prove già avvenute. Probabilmente le mura dell'affascinante chiesa cinquecentesca respiravano ancora l'esterofona interpretazione pilatiana che Raz Degan aveva concesso al cartellone di Palermo Tutta qualche giorno addietro, per poter accogliere -così d'improvviso- una manifestazione culturale di tale levatura. L'esibizione dell’Ezio Bosso quartet viene subitaneamente trasferita a Villa Trabia, elegante edificio settecentesco il cui giardino è spesso sede di eventi musicali ma anche di ricevimenti matrimoniali ed analoghi eventi di società. Così, tra l'immancabile matrimonio ed un mancabilissimo disservizio del sistema d'amplificazione, vengono terminati anche gli ultimi preparativi ed ecco che il parco delle Terre Rosse è attrezzato ad accogliere il "grande pubblico". Mentre i più alacri ed approssimativi frequentatori delle scuole di tango locali si chiedevano dove Beytelmann avesse dimenticato il bandoneòn, il pianista argentino -dialogando con gli altri musicisti- sorprendeva tutti per la sua innovativa e raffinata interpretazione pianistica del giovane Piazolla nei suoi primi anni a Parigi. Ezio Bosso, straordinario ed eclettico talento del contrabasso solista, non faceva altro che confermare quelle doti eccezionali e quella preziosa sensibilità musicale che lo hanno presto portato all'attenzione internazionale. Con i suoi spunti virtuosi da Bottesini moderno e la sua lunga esperienza di brillante concertista e compositore, Bosso -in una sera per molti versi indimenticabile- ha saputo arricchire e reinventare quel rivoluzionario fenomeno musicale che è stato il "Nuovo Tango" negli anni cinquanta del nostro secolo. Ringraziamo allora chi ha voluto, a discapito dei disagi organizzativi e di un trattamento tutt'altro che adeguato, condividere col pubblico palermitano una delle rivisitazioni più originali di un maestro tutt'oggi indimenticato quale Astor Piazzolla. Ringraziamo laddove altri musicisti dal cuore di Ferro non sembrano disposti a concessioni altrettanto generose.

Enzo Brandi

KRUDER + DORFMEISTER / Torino - Extra festival, 11/7/2002

Planano a Torino i due DJ viennesi, e portano in dote il loro spettacolo sonoro e visivo, che non rappresenta in realtà una novità assoluta, essendo stato già proposto in un recente passato anche in Italia seppur con lievi modifiche. Sul palco dell’Extra Festival, allestito con un maxi schermo-scenario sul quale per tutta la durata del concerto vengono proiettate immagini in sequenza ininterrotta, quattro vocalist si alternano, tra soul e reggae, sulle linee ritmiche e melodiche dei beat miscelati dai due austriaci, mentre sparse qua e là un po’ a caso, poltrone e lampade colorate vorrebbero ricreare un’atmosfera seventies che a dire il vero appare un po’ raffazzonata. L’allestimento video è curato da Fritz Fiztke, impegnato per l’intero show con telecamera digitale e powerbook a creare immagini in bilico tra cyber-futuro e ricordi d’infanzia. Tutte cose già viste e riviste, che non aggiungono nulla di originale e non rappresentano quel qualcosa in più che invece ci si aspetterebbe da una proposta d’avanguardia. I santoni del remix si alternano tra loro, in postazioni affiancate dietro il loro altare sonico su cui campeggia il logo dell’etichetta personale G-Stone Recordings, intessendo uno spettacolo ininterrotto e ossessivo in pieno stile disco. È il beat, il ritmo costante, il filo conduttore sul quale Kruder e Dorfmeister hanno deciso di giocare il loro show, cercando evidentemente di trasformare la platea in una grande discoteca all’aperto, ma escludendo dal dj set tutti quegli episodi più lenti e raffinati che rendono in generale il loro lavoro di remixing più vario ed interessante. I presenti, tra i quali si segnala un’alta percentuale tra ficanza e amanti di Maria Giuana, paiono gradire questo taglio decisamente dance dello show, apparentemente incuranti della mancanza pressoché totale di variazioni emozionali, cui non giova certo l’allestimento video, solo ripetitivo. Mi sarei aspettato una proposta globale un po’ più articolata e fantasiosa, anche nel dialogo tra musica ed immagini. La sensazione non è quella di uno spettacolo troppo pensato, ma tirato via con il mestiere di chi ha passato ore ed ore tra mixer e computer. I due tirano dritti per la loro strada, arringando la folla solo quel che basta, tra una pausa del beat e l’altra. In definitiva K&D si limitano a questo, offrendo in generale una sensazione di scarsa fantasia, per uno spettacolo che mi è sembrato interminabile nella sua monotonia. Probabilmente la dimensione concertistica non si addice del tutto al duo austriaco, estraniandolo dalla sua dimensione più congeniale del club e della discoteca. Più interessanti in ogni caso su disco. Due parole sul prezzo del biglietto: 18 € di ingresso gridano vendetta per un evento all’interno di un festival estivo sponsorizzato da Comune di Torino, Provincia di Torino e Regione Piemonte. Ridateci le prime edizioni, con grandi nomi del mainstream, ma anche realtà più nascoste e gustose, e sopratutto la possibilità di vedere e ascoltare più musica ad un costo decoroso.

Stebar

MERCURY REV + SONIC YOUTH + LOS DE ABAJO / Arezzo Wave, main stage, 03/07/2002

XVI edizione di Arezzo Wave. Il primo concerto al quale assisto (mi sono perso gli italiani Psedo Amorfeus e i multietnici Kabul Workshop) è quello dei messicani Los de Abajo con la loro ridicola patchanka sonora che saccheggia il saccheggiabile senza alcun ritegno: il rap metal dei Molotov, canzoni di rock barricadero a metà strada tra i Maldita Vecindad e gli Ska-P, sequenze di ritmi afro-cubani, pezzi danzerecci alla Asian Dub Foundation e quelli immancabili stile Mano Negra! Va bene salvaguardare lo spirito del festival, da sempre dedito alla scoperta nei cinque continenti di musicisti emergenti, ma di fronte a gruppi scadenti come questo trovo quantomeno discutibile che gli Aretuska di Roy Paci siano stati sacrificati a suonare nel tardo pomeriggio su uno dei palchi minori disseminati per la città! Che dire adesso dei Mercury Rev? In tanti li adorano: a me la voce nasale e le pose da dandy decadente di Jonathan Donahue risultano abbastanza stucchevoli e trovo che anche la musica del gruppo a volte indugi su qualche barocchismo di troppo. Il concerto di stasera poi, pur di livello discreto, è stato condizionato dalla scelta in fase di missaggio di suoni ovattati che hanno fatto svaporare le parti vocali e le note di chitarra. Resta solo, sospesa nell’aria, la splendida “Tides of the moon” mentre cresce l’attesa per i Sonic Youth…. Eccoli! << …. il contributo dato da Jim O’Rourke con il suo ingresso in pianta stabile nella formazione …. forse un nuovo corso per i Sonic Youth …. sull’addolcimento di una Gioventù non più tanto Sonica.… un’ispirazione meno innovativa che in passato.… >> Ssssssssssssssss. Bando alle chiacchiere!! I Sonic Youth sono la sperimentazione che non rinuncia alla comunicazione, il rumore che si fa melodia, l’avanguardia che diviene tradizione, la colonna sonora di metropoli caotiche che all’alba si risvegliano assonnate. In una strada qualsiasi convivono dolore quotidiano e quotidiano amore: l’urlo strozzato di Kim Gordon in “Plastic sun” è odio distillato con cinismo come cera bollente versata sulla pelle; la morbida “Symphaty for the strawberry” è un pezzo più post del post-rock. Post-orgasmo. E io mi fumo l’ultima sigaretta della giornata.

Guido Gambacorta

CORNELIUS / Valle Giulia, Roma, 08/07/02

Cornelius, è forse un genio? Beh, andiamoci piano, però… L’estate romana è straordinaria, ci sono almeno due o tre cose eccellenti ogni sera e ti ritrovi a sceglierne una rinunciando a malincuore alle altre. Stasera è imperdibile il live dell’autore di “Point”, uno dei dischi più divertenti e intelligenti degli ultimi tempi, dove non c’è solo brio e fantasia, ma anche una bella ricerca sonora e tanti guizzi che lo rendono interessante e mantengono desta l’attenzione. Cornelius dal vivo. Cosa aspettarsi da uno che, pare, ha distribuito occhialini 3D per ciascun spettatore in un certo concerto giapponese? Valle Giulia, sera di sabato 8 luglio 2002. All’arrivo, inspiegabilmente, ci sono i Delta V sul palco, i quali, per vie misteriose, sono stati scelti come gruppo spalla. Incoerenza è dire poco. Via via, non arriva tanta gente, forse per colpa del prezzo del biglietto (18 euro non sono pochi, specie se magari qualche giorno prima hai visto i Sonic Youth, domani i BRMC e così via…). Evidentemente l’immaginario collettivo non è ancora stato conquistato dal nostro Keigo Oyamada alias Cornelius. Questione di tempo, c’è da credere. I Delta V vanno via. Un telone bianco nasconde il palco. Una luce riflette l’ombra del nostro, che indica vari punti del telone, dove compaiono riflesse delle scritte, più o meno “Signore - e signori – ecco - a voi – Cornelius!”. Il sipario cala e agli astanti si mostra il gruppo: sono tutti di nero vestiti con cravatta bianca, una ragazza bionda alla batteria e Cornelius al centro con la chitarra. Dietro di loro, vengono proiettati dei video, uno per canzone. Sì, non si tratta delle solite diapositive a caso o qualcosa del genere, bensì di veri e propri cortometraggi di ottima qualità e alcuni dei quali particolarmente suggestivi (come non citare quello che vede le due dita passeggiare sugli scaffali di casa Oyamada o quello dedicato al calcio). E la musica? E’ quella di “Point” e di “Fantasma”, senza particolari sorprese: l’unico brano che risulta penalizzato dal vivo è “Drop”, mentre per il resto si conferma il fatto che le nuove canzoni sembrano nate per essere suonate con una classica formazione rock, proprio perché, evidentemente, nate con una chitarra acustica e non giocando col computer. In definitiva, pare questa la forza di Cornelius: la capacità, prima di tutto, di saper scrivere belle canzoni, che, sotto gli inebrianti orpelli, hanno una sostanza. E non è davvero da poco.

Guido Siliotto

BEBE REBOZO / Live a Macerata, Luglio 2002

In un festival organizzato dai pazzi di Kathodic (una webzine che merita andare a visitare) vedo i Bebe Rebozo. Hanno il coraggio dell'isteria. I pezzi si montano e si smontano per geometrie senza baricentro. Il suono è fatto di frequenze che non si mescolano. Separate. Disperate. La campana del ride del batterista parla. Fa discorsi pieni di muscoli e di cuore. La voce si sposa alla perfezione con la chitarra. Gli unisoni ti lacerano la pelle. Si balla, anche in 17/8. La gente al solito non capisce un cazzo e si compra solo qualche copia dei loro dischi (di cui voi oramai saprete già tutto). Che imbecilli. Dopo un concerto così, il sudore lasciato sul pavimento dovrebbe far vendere 1000 copie, ognuno dovrebbe comprarle per gli amici e regalargliele col gin tonic d'estate. Ma non c'è più nessuno che faccia i regali. Forse i ventenni non hanno più nemmeno gli amici. Cazzi loro.

Jacopo Andreini

24 GRANA / Firenze - Festa dell’Unità, Fortezza da Basso, 30/07/2002

La novità in casa 24 Grana è che non ci sono novità, almeno fino alla prossima uscita discografica. E questo non solo perché il gruppo ha ormai raggiunto un suo consolidato equilibrio, ma soprattutto perché Francesco Di Bella, il cui umore a volte euforico a volte scazzato era solito condizionare le prestazioni dal vivo, pare definitivamente a suo agio nei panni dello chansonnier maudit. Così questa ennesima buona prova live ha ricalcato fedelmente l’esibizione che la band napoletana tenne in febbraio all’Auditorium Flog (scenario diverso a parte poiché qui eravamo all’aperto) sia per l’atteggiamento composto ed introverso di Francesco Di Bella (solo qualche timido grazie nel microfono e unico colpo di testa in chiusura di concerto con la sua chitarra scagliata contro la batteria), sia per la lunga scaletta (ben distribuita tra il materiale di “Loop”, “Metaversus” e “K-album”) che di fatto è stata la stessa, con apertura affidata alla strumentale “Kanzone del fumo” e buonanotte augurata con una “Stai mai ccà” dal finale saltellante.

Guido Gambacorta

LO-FI SUCKS! / Firenze - Festa dell’Unità, 19/07/2002

E’ davvero desolante vedere che sono accorse così poche persone per questo concerto gratuito dei Lo-fi sucks! Il gruppo genovese si è presentato a Firenze con la formazione allargata a Mauro Costagli (patron della Ouzel Records e membro dei Morose), il quale dopo un paio di pezzi ha fatto il suo ingresso sul palco suonando la fisarmonica per poi sedersi dietro la batteria ad irrobustire il suono live della band. Nel clima distratto della Festa dell’Unità il concerto dei Lo-fi sucks!, incentrato sulle atmosfere raccolte di “Temporary burn-out”, ha pagato chiaramente dazio e quindi i momenti più coinvolgenti sono stati quelli attraversati da una ventata sonica (“Disappeared”, “Symphony of death” e la bella cover di “Pink moon”), mentre episodi come “He played Steve Shelley’s kit” e “67-73”, che vivono su melodie in punta di piedi e su delicati suoni campionati, sono risultati un po’ penalizzati. A fine concerto, mentre stavano già iniziando a suonare i Juniper Band (anche loro accasati presso la Suiteside e ora in studio con David Lenci per il nuovo album che vedrà pure la partecipazione di Thalia Tzedek), ho scambiato due chiacchiere con Pierpaolo Rizzo (voce e chitarra dei Lo-fi sucks!, per chi non lo sapesse), il quale, ben consapevole che in queste occasioni la musica non può mai essere valorizzata al massimo, si è detto comunque divertito per l’assurdo incontro tra le voci inglesi campionate dai Lo-fi sucks! Sul palco e le urla in toscano di chi a pochi metri di distanza stava girando la ruota di Montespertoli offrendo salumi e bottiglie di olio ai fortunati possessori del biglietto vincente. Pierpaolo mi ha poi confessato che per lui, a trentacinque anni e con un lavoro extra-musicale al quale dedicarsi, suonare è esclusivamente un fatto di passione. E chi ha avuto modo di ascoltare i dischi dei Lo-fi sucks! Non potrà certo dargli torto.

Guido Gambacorta

 

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